A cura di Stefano Zampieri
responsabile di Zona Filosofica

lunedì 29 febbraio 2016

Solo Filosofia, ma non solo ...

Circola nell'ambiente della Consulenza Filosofica, una formuletta molto superficiale in base alla quale la Consulenza Filosofica non sarebbe altro che Filosofia, solo Filosofia. Credo che proprio essa sia all'origine di molti malintesi ed equivoci. Certo, c'è un lato per cui è facile adottarla, perché è chiaro che ciò che accade nelle attività di pratica filosofica è filosofico, almeno nelle intenzioni, gli strumenti dialogici, in parte il linguaggio, la modalità di astrazione, la prospettiva concettuale, talvolta anche i riferimenti testuali, certamente ci collocano in una dimensione che è quella della filosofia. D'altra parte è altrettanto evidente che la nostra attività possiede delle particolarità che la rendono "diversa" da altre "pratiche" della filosofia, tant'è vero che la laurea in filosofia, il dottorato e perfino una cattedra universitaria non sono considerati titoli sufficienti per essere riconosciuti come Consulenti Filosofici. Ed è per questo che il termine "pratica filosofica" assume un valore sostantivo ed indica la specificità di quel modo di intendere e realizzare la filosofia che distingue il Filosofo Consulente da un laureato o da un ricercatore universitario o da un ordinario di filosofia morale.
Si tratterebbe però a questo punto di chiarire cosa ci sia "oltre" la Filosofia, nella pratica filosofica perché in quell'oltre c'è la nostra identità, la nostra specificità, e probabilmente il senso stesso di tutto il nostro lavoro. .

sabato 27 febbraio 2016

Prima di ogni Associazione

Se riflettiamo sulla definizione minima di "Associazione" (Aggregazione di più persone per uno scopo comune (Sabatini Coletti); Unione di più persone che si propongono di perseguire uno scopo comune (Treccani); Unione o compagnia di persone, formata con un intento o interesse comune (wikizionario) ecc.) appaiono subito evidenti due elementi: che si tratta di una insieme di "persone" (e i vocabolari usano il termine non in senso filosofico, ma come sostantivo che indica individui umani) e che sono quindi le persone che si danno degli scopi comuni.
Lo scopo dell'associazione è il frutto della messa in comune di scopi individuali simili, all'origine cioè ci deve essere una decisione individuale che fissa un obiettivo per la propria esistenza. Condividerlo in una associazione serve a rendere più facile il perseguimento dello scopo, serve a moltiplicare le energie e le risorse, serve a rendere più efficace l'azione. In questo senso dice benissimo Piero Martinetti: «Per rendere più facile e più sicura la subordinazione della tua vita ai tuoi fini supremi, associa i tuoi sforzi a quelli di coloro che percorrono la stessa via, ma ricordando sempre che l'associazione è mezzo, non fine, e che non deve soffocare ciò che vi è in te di più sacro, la libera volontà della tua personalità morale». Il linguaggio è un po' enfatico ma il senso è molto chiaro. L'associazione è mezzo non fine.
Così dovrebbe essere anche di tutte le associazioni di pratica filosofica del nostro paese (diversa la realtà all'estero), esse dovrebbero essere subordinate allo scopo che si sono date le persone che ne fanno parte, mentre pare spesso che siano interessate solo alla propria mera sopravvivenza, vuoi per motivi di affermazione personale, vuoi per motivi di identità e appartenenza, vuoi per motivi banalmente materiali e cioè economici. E di qui l'accesa conflittualità che caratterizza la vita delle associazioni di pratica filosofica nel nostro paese. E che rappresenta sicuramente uno dei limiti più gravi nell'affermazione della pratica filosofica stessa.
Oggi penso che dovremmo tutti ritornare allo stadio iniziale - con tutta l'esperienza di questi anni, di lavoro e di vita associativa -, ritornare cioè allo stadio nel quale ognuno di noi fissa i propri obiettivi, e quindi stabilire che cosa davvero conti per ognuno di noi. Prima di ogni aggregazione.


giovedì 25 febbraio 2016

Un "pensiero della pratica" per la Consulenza Filosofica

"Mi sembra oggi per me irrilevante mettermi a disputare su ermeneutiche e ontologie, o criticare coloro che pretendono di delineare metafisiche dell'assoluto o manifesti del supposto nuovo pensiero. Per farlo seriamente, dovrei essere convinto della possibilità di costruire ragioni assolutamente oggettive, metafisiche indubitabili, argomenti "assoluti". Fortunatamente, o sventuratamente, si è fatto per me evidente che ogni conoscenza presuppone delle operazioni, una "prassi teorica", diceva Husserl: solo al suo interno compaiono i soggetti, gli oggetti, le presunte cose stesse o in sé e le "ragioni", che sono appunto risultati e non premesse già date o "esistenze" che vivono in un limbo immacolato, in attesa di venire "scoperte"." (Carlo Sini)
Se è così, e io ne sono convinto, allora è tempo di superare una volta per tutte un doppio equivoco: da un lato che si può essere Consulenti Filosofici a partire da qualsiasi filosofia, e dall'altro, all'opposto, che la Consulenza Filosofica abbia invece necessità di una propria filosofia di riferimento (sia il neostoicismo delle Scuole antiche o l'esistenzialismo psicologistico o qualcos'altro). Entrambe queste posizioni trascurano ciò che opportunamente Carlo Sini ci fa notare. Solo dalla riflessione intorno al nostro concreto agire, cioè da quel momento riflessivo che Achenbach ha nominato come meta teoria praticante e Sini, più chiaramente come "pensiero delle pratiche",  è possibile far emergere, "produrre" oggetti e soggetti della nostra attività. Senza i quali il lavoro resta casuale e dilettantesco.   Ma questo lavoro di secondo livello è mancato e tutt'ora non è tra le priorità dei Consulenti Filosofici.

Un certo equivoco imbarazzante.

Da dove ripartire? Io credo sia necessario ripartire dalla osservazione di una pratica nuova che però dopo pochi anni mostra già la corda, soprattutto perché lo scarto tra ciò che gli operatori pensano del loro lavoro, e ciò che i potenziali fruitori percepiscono appare incolmabile, uno scarto che è manifestamente di natura linguistica, nel senso che i filosofi pratici e i potenziali consultanti parlano letteralmente lingue diverse. Ma questo, lungi dal potersi risolvere con una banale "traduzione" determina invece una condizione di incomunicabilità profonda, che è il primo motivo della difficoltà nel promuovere la professione e quindi del mancato decollo della Consulenza Filosofica.  Laddove il filosofo pratico lavori, lo fa sulla base della sua propria personalità molto più che della originalità della pratica che offre. L'incomunicabilità, in realtà si protrae spesso anche all'interno dello studio del Consulente, non tanto nel dialogo come tale, quanto piuttosto nei suoi presupposti e nelle sue finalità, spesso assai diverse tra Consulente e Consultante, il quale apertamente o meno, riconduce il colloquio a una qualche forma magari più amichevole, più piacevole e persino più interessante, delle tradizionali pratiche psi.  Sempre lì ci si trova, ad onta della volontà e delle dichiarazioni del Filosofo.
Ma nessuna pratica può essere fondata sul malinteso. Prima o poi l'equivoco appare. E mette tutti in imbarazzo.

martedì 23 febbraio 2016

Dice Nancy, Il dialogo...

"- Il dialogo, è l'interruzione ritmica del logos, è lo spazio tra le repliche, dove ciascuna si conserva in proprio un accesso al senso che non è che suo, un accesso di senso che non è che essa stessa...
- Ma che non è di nessuno...
- Sì. E di tutti. "
(Jean-Luc Nancy).

Grazie Jean-Luc.

lunedì 22 febbraio 2016

Meta teoria praticante?

In base alla achenbachiana Consulenza Filosofica intesa come meta teoria praticante, è inevitabile la necessità di rivedere continuamente  la pratica nel suo concretizzarsi, nel suo farsi esperienza vissuta, nel suo continuo andirivieni di pratica/teoria e teoria/pratica, e a soprattutto a fronte di quell'inesauribile novità che è il rapporto diretto con il singolo consultante.
Ma come procede la ricerca/scoperta/revisione in questo campo?
C'è chi pensa che la ricerca non possa che procedere attraverso la confutazione progressiva di argomenti. L'antico e glorioso modello confutatorio è certamente efficace nell'affrontare  soprattutto questioni chiuse, dilemmi, argomentazioni dialettiche per tesi e antitesi, ecc. ma ha evidentemente un limite molto chiaro: discute sempre e solo una posizione, quella iniziale, cioè il punto di vista di chi parla per primo, oppure di chi pone la domanda, ed è quindi tenuto ad utilizzare le sue parole, i termini e i concetti scelti dal primo interlocutore, che rappresentano tuttavia di già una limitazione. E' quanto accade anche nel dialogo di Consulenza Filosofica, se ci si limita ad argomentare punto a punto ci si preclude al possibilità di rompere il cerchio dell'implicazione, quel girare a vuoto (che è sempre un girare di parole, di concetti) in cui il consultante è preso e da cui non riesce ad uscire, quel girare da cui il consultante ricava il proprio disagio.
Lo stesso dunque vale nella ricerca collettiva che deve portare alla continua revisione della Consulenza Filosofica come pratica viva. Il dialogare confutatorio può essere utile in certe fasi, ma deve necessariamente essere accompagnato da altre forma d'argomentazione, per esempio dalla capacità di cogliere il punto chiave, dalla capacità di far sintesi  (con-prendere, nel senso di prendere insieme), dalla possibilità di aprire scenari di senso utili al fine - in questi caso appunto la revisione della Consulenza Filosofica -   oppure dalla capacità di aggiungere o di spostare l'attenzione, non perché l'argomento altrui non sia valido, ma perché è - come tutti gli argomenti - parziale, è una direttrice a fronte di altre; quale la direzione migliore? Senza essere relativisti, è quella che porta più vicina all'obiettivo, la realizzazione della pratica, perché meta teoria praticante significa questo, che la revisione deve diventare azione, pratica efficace (chiedo scusa, "efficacia" è parola taboo). 

domenica 21 febbraio 2016

Il gioco del taboo

C'è un gioco che chiamano "Taboo", e che consiste nel far indovinare una parola ai propri compagni di squadra non potendo però utilizzare una serie di parole, quelle che ovviamente renderebbero facile l'identificazione. Ad esempio, far indovinare la parola "Arresto", senza poter utilizzare "Polizia", "Stop", "Liberare", "Imprigionare" e "Manette". E così ciò che potrebbe essere molto semplice diventa improvvisamente arduo.
Qualcosa di simile è accaduto all'interno di Phronesis: ci si è posti l'obiettivo di far comprendere al resto de mondo in cosa consistesse l'attività del Consulente Filosofico dopo aver dichiarate alcune parole impronunciabili (o pronunciabili solo a condizione di una lunghissima spiegazione terminologica). Qualche esempio? Pesco a caso: empatia, cura, terapia, cliente, emozioni, poesia, soluzione problemi, strategia, psicologia ( e tutte le varianti), maestro, esercizi, meditazione, obiettivi, metodo, tecniche, disagio, efficacia, ecc. ecc.
Naturalmente ogni esclusione ha le sue belle ragioni, che non sto qui ora a discutere. Perché mi interessa invece osservare la conseguenza di questo modo di procedere: l'incredibile difficoltà di far capire al pubblico dei potenziali interessati cosa sia realmente e concretamente la consulenza filosofica. Perché ci mancano le parole, perché non abbiamo parole chiare che un pubblico di non filosofi possa accogliere come esplicative ed esaurienti. Di qui l'impossibilità di promozione pubblica di questa pratica. E la crisi della professione.
Ma allora cosa voglio concludere, che bisogna tornare indietro e usarle tutte? No, se sono state escluse un motivo c'è. Piuttosto si tratterebbe di valutare se quei motivi sono ancora TUTTI consistenti e validi, o se abbiamo enfatizzato troppo alcuni aspetti a danno di altri. L'esperienza ci ha forse insegnato qualcosa? O non è servita a nulla?

sabato 20 febbraio 2016

Pratica Filosofica e Accademia

Nell'ambiente della Consulenza Filosofica, o delle Pratiche Filosofiche, spazio che in generale potremmo definire della "Pratica Filosofica" (espressione da intendersi - nel suo insieme - come nome proprio identificativo di un contesto e di una pluralità di ruoli, non come qualificativo di un sostantivo, perché è ovvio che la filosofia, in tutte le sue forme è comunque una "pratica"), in questo contesto dunque, è invalso l'uso, più o meno esplicito, di distinguersi, più o meno nettamente, dalla cosiddetta "Filosofia Accademica". Ora, il fatto che la Pratica Filosofica sia nata fuori delle Università è sicuramente un dato storico e sociologico rilevante, ma in realtà nulla impedirebbe ad essa di rientrarvi diciamo così dalla finestra (come per altro già avviene per esempio attraverso i Master Universitari), perché la distinzione è in sé fasulla, inconsistente. Prima di tutto perché non esiste affatto una "Filosofia Accademica", cioè una filosofia che si distingua nella sua stessa natura per il luogo in cui nasce e si sviluppa, la filosofia si distingue piuttosto per coerenza, per profondità, per originalità.
Tuttavia esiste una "Istituzione" Accademica, che si concretizza nell'Università intesa appunto come Istituzione pubblica, non solo come luogo fisico, dunque ma come l'insieme delle pratiche che la costituiscono, e quindi delle norme che sono state fissate per essa, e dei ruoli che contempla e che realizzano tali pratiche - in base a tali norme.
Sono dunque i ruoli che possono interpretarsi in modo "Accademico" e quindi essere fagocitati dal meccanismo norme-ruoli-pratiche nel quale viene a perdersi il contatto con la creatività e con la varietà delle situazioni e degli eventi. Non esiste allora una Filosofia Accademica, ma esistono certamente molti Accademici, nel senso di attori di un ruolo istituzionale prestabilito.  E' rispetto ad essi che la Pratica Filosofica si distingue, o dovrebbe distinguersi, nettamente. Il confronto non è tanto nella teoria quanto nel modo in cui si intende individualmente il proprio ruolo di Filosofo.
Quando un Filosofo tende a rinchiudersi dentro le norme costitutive di un'Istituzione diviene Accademico nel senso deteriore del termine. E ciò, è ovvio, vale anche, seppur in misura diversa, se l'Istituzione è privata e non pubblica. Anche il Filosofo Pratico dunque, paradossalmente, può in certo senso diventare un "Accademico".

venerdì 19 febbraio 2016

Pensare creare

La Consulenza Filosofica ha a che fare con il pensiero, perché la filosofia ha a che fare con il pensiero. Da un punto di vista non dualistico ciò impone di rivedere alla radice il nostro luogo comune  intorno al pensare. Il pensiero non è tanto e soltanto la conoscenza del reale, delle cose, degli oggetti, degli eventi, del mondo, né esso è solo la loro interpretazione, esso è invece prima di tutto un momento del reale stesso, del reale in quanto creazione. Perché la realtà è creazione, senza che ciò imponga un creatore esterno (che per altro dovrebbe essere anch'esso reale), ma la realtà processo inesauribile, è creazione inesauribile. E il pensiero ne è un momento, o una dimensione.  Il pensiero è creazione e solo dopo è conoscenza interpretazione, ecc. cioè tutto il resto.
Ma se le cose stanno così allora si pone il problema, irrisolto, da affrontare,  di tutte le forme del pensiero in cui l'elemento della creazione è più evidente, esibito, manifesto, l'arte, la poesia, l'immagine ecc.. .

giovedì 18 febbraio 2016

C'è del metodo in questa filosofia !

Un luogo comune intorno alla Consulenza Filosofica è he essa non abbia un metodo. Tuttavia questa affermazione cozza violentemente contro il fatto che la Consulenza Filosofica è comunque una pratica. La questione dunque è: è possibile una pratica senza un metodo?
Dire metodo significa dire procedura, cammino verso qualcosa, si tratta, in ogni caso di seguire una strada, e ogni strada porta in un luogo. Il senso dell'odòs è proprio quello di insistere in uno spazio tempo che è insieme processo e percorso.
Come tale, certo, possiamo figurarci il metodo secondo molto geografie diverse: come una linea aperta verso l'infinito - che ne diviene la mèta-; come una linea circolare che si riallaccia a se stessa e dunque nicianamente torna continuamente sui propri passi,; oppure ancora come un arabesco in cui la linea sfugge sempre da una parte e dall'altra, a destra o a sinistra, sopra e sotto, e quindi talvolta avanza, talvolta arretra, talvolta ritorna; possiamo immaginare il cammino come un albero strutturato di divisioni dialettiche, come in certi dialoghi socratici; possiamo pensarlo come un sentiero che s'inoltra nei boschi o come una sovrapposizione di mille piani, ecc. ecc.
Le possibilità di cammino sono  molte, tutte sperimentabili. Ma la Consulenza Filosofica? Qual è il suo cammino, qual è il suo metodo?? Quale via va seguendo? Nessuna? Una in particolare? Vi è forse una "via giusta"?
In realtà vi è solo un modo per essere realmente senza metodo: stare immobili. L'immobilità è senza metodo, la Verità raggiunta che è punto immobile, è senza metodo. Il percorso del Senso è processo nello spazio tempo.
Allora cominciamo a mettere le cose in ordine. La Consulenza Filosofica in quanto pratica possiede un metodo. Quale? Questa è davvero una domanda superflua. Possiede un metodo, segue una via, percorre una strada, e come tutte le strade va verso un luogo. Ora, davvero non avrebbe senso stabilire quale via, il Metodo, come se ce ne fosse uno unico. C'è un metodo, non c'è un unico Metodo. Ogni consulente segue una strada, percorre una via, quella via è il suo metodo, il suo percorso, la sua pratica.
Molto più intrigante sarebbe stabilire quale sia il luogo cui perviene quel cammino. Se vi sia un unico luogo a cui cammini diversi portano alla fine, e se tale luogo può essere nominato.

Una pratica singolare?

 Concentriamoci, dicono alcuni, sulla qualità del nostro lavoro individuale lavoro. Ecco forse è proprio qui il punto, al di là delle diatribe teoriche, dei capelli spaccati in quattro e delle illusioni epistemologiche (e delle triavilità personali).
Il punto è che la maggioranza dei consulenti filosofici non ha mai realmente promosso se stesso come "filosofo". Ma ha sperato che i consultanti piovessero a mazzi per chissà quale strano miracolo.
Ciò non è accaduto, e allora ecco il disperato grido di aiuto rivolto all'Associazione, e l'Associazione che si sforza di promuovere un oggetto non circoscrivibile, un oggetto inesorabilmente vincolato  alla formazione personale del consulente, alle sue letture, alle sue attitudini, alle sue preferenze, alle sue precomprensioni, alla sua personale conoscenza del mondo, ecc. (ciò che Achenbach riassume con la famigerata espressione "la consulenza è il consulente"). Qualcuno oggi invita a leggere un po' di testi di storia della scienza e di epistemologia della ricerca scientifica. Li abbiamo letti? Forse sì, forse no, ma altri potrebbero chiedergli: hai letto tutte le opere di Plotino? (io no putroppo, mi riprometto...). Hai letto Nancy, Blanchot, Levinas, Bourdieau, Fink, Simondon, Rorty, Arendt, Simmel, ecc. ecc. ecc.? NO?, e come fai a fare una vera consulenza filosofica?, e prima ancora un "dialogo" filosofico??  Insomma per questa via non se ne esce. E non cambia nulla se diciamo che il consulente filosofico non porta la propria filosofia in consulenza, vero, ma solo fino ad un certo punto, perchè se svuotiamo il discorso filosofico della filosofia cosa resta? Puro metodo? Ma perchè il metodo non è appunto una particolare versione della filosofia? L'applicazione della logica al discorso come propongono alcuni non è forse l'applicazione di una particolare filosofia? Non c'è niente da fare, siamo "implicati" nei nostri discorsi, non siamo macchine di Touring, che fingono il colloquio reagendo ad input standardizzati.
E allora che fare? Abbiamo provato in passato a rispondere: troviamo il minimo comun denominatore; la definizione minimale che possa raccogliere tutti sotto lo stesso tetto.
Chi ha partecipato attivamente al lavoro che ha portato alla "Perimetrazione della Consulenza Filosofica di Phronesis" ricorderà bene come  di volta in volta il gruppo abbia dovuto abbassare l'obiettivo, perchè nessuna "definizione" poteva essere condivisa, ma solo era realizzabile una tracciatura di confini vaga e non troppo vincolante, tale da poter ottenere un consenso politico generalizzato. 
Bene, alla fine la "Perimetrazione" è nata. Ottimo lavoro, ha ottenuto l'unanimità dei consensi. Ha salvato l'Associazione. Ma... è davvero servita allo scopo? E' stato possibile promuovere la Consulenza Filosofica sulla base di essa? No. Siamo onesti: no. Perchè?
Proprio perchè essa valendo per tutti non vale per nessuno, perchè poi ognuno deve "declinarla" a modo proprio, e infatti ognuno ha continuato a fare consulenza a modo proprio. Cioè in modi diversi l'uno dall'altro, perché "la consulenza è il consulente". E allora a questo punto?

Oltre l'antropologia dualistica

E' possibile distingue la Consulenza Filosofica dalle pratica cosiddette PSI o ibridate al mondo PSI ? NO, secondo me no, la distinzione è impossibile sulla base del vocabolario attualmente in uso nell'ambiente filosofico anche quello della pratica filosofica perchè quel linguaggio presuppone ciò che usa e pur distinguendosene lo conferma.
Per realizzare una autentica distinzione bisognerebbe decostruire almeno alcuni perni essenziali della cultura PSI. A mio modo di vedere, è un grave difetto dei consulenti filosofici (e anche mio, sia chiaro) non aver compreso subito che preliminare ad ogni distinzione era l'emersione di una antropologia non dualistica, capace di ripensare il rapporto uomo/mondo che è il vero oggetto della Consulenza Filosofica.

Tutte le antropologie dualistiche pensano in questo rapporto un terzo inteso variamente quale medium - la psiche - secondo una struttura di rapporti che varia da scuola a scuola, da metodo a metodo, senza che però nessun approccio psi sia in grado di aggirare quella formula di partenza uomo/psiche/mondo. Ciò che sta in mezzo, il punto di contatto o di mediazione (come la ghiandola pineale cartesiana) è di volta in volta nominato come empatia, come relazione, come ascolto, come dimensione emotiva, ecc. (ma anche come "pensiero"), mentre ciò che sta al di qua della relazione è collocato spazialmente nella dimensione di un interno - distinto dall'esterno spazio mondo.
Fintanto che la Consulenza Filosofica resterà presa in una prospettiva dualistica NESSUNA distinzione sarà mai abbastanza solida e credibile.
In questo senso a mio avviso cade anche il presupposto della "neutralità" (che è comunque sempre solo apparente): è vero, io ritengo che la Consulenza Filosofica per essere ciò che in fondo avremmo voluto fin dall'inizio e molto ingenuamente abbiamo cercato collettivamente e individualmente di pensare, debba assumersi questo onere di RADICALITA', affrontare il rapporto uomo/mondo da una prospettiva non dualistica. E' un lavoro enorme, è una frontiera avanzata della ricerca filosofica del nostro tempo, ma chi ha esperienza di Consulenza Filosofica è in una posizione privilegiata, si trova in prima linea, solo che lo voglia, beninteso.

Cosa fa, con le mani, il consulente?

Bisogna essere onesti non solo con gli altri ma anche con se stessi: ho letto attentamente molte delle migliaia di pagine che sono state scritte in questi anni. So perfettamente cosa la CF non può essere , come la si distingue, da cosa la si distingue, ecc., ho letto le esperienze, i casi che sono stati raccontati ecc., ma se c'è una cosa che non si trova è proprio il "cosa fa, con le mani, nel processo, un consulente filosofico".
Io ho provato a dirlo, nel mio manuale, che come ho sempre detto non ha nulla del "MANUALE" ED è INVECE LA DETTAGLIATA TRASCRIZIONE DEL MIO LAVORO, DI COSA FACCIO, CON LE MANI, NEL PROCESSO, COME CONSULENTE FILOSOFICO.
Può non piacere, può essere diverso da quello che fanno altri, e non ho mai avuto alcun intento "normativo" ma quello che faccio io è scritto lì, chiunque lo può leggere e commentare, e criticare (come è stato fatto ampiamente).
Si può dire lo stesso del lavoro degli altri consulenti italiani? Non mi sembra.

La consulenza filosofica è il consulente

Purtroppo è sempre più evidente (una quindicina d'anni di esperienza ce lo dimostra), che come già diceva Achenbach, la consulenza filosofica è prima di tutto il consulente. Nel senso che si tratta di una pratica che non è definibile in maniera rigida, né univoca, perché si intreccia con la formazione filosofica, le passioni, gli interessi, le convinzioni del filosofo consulente, insieme di precondizioni che varia inevitabilmente dall'uno all'altro. Possiamo mostrare ciò che facciamo, possiamo anche, come ho fatto io con il mio "Manuale" definire con una certa precisione ciò che ognuno di noi fa, ma nessun manuale sarà mai prescrittivo (se non sconfinando nella dimensione della presunzione e del ridicolo), ma solo e soltanto descrittivo. Così come ogni "delimitazione" non potrà che essere estremamente vaga e generica tale da contenere la molteplicità delle differenze.
Ma se è così sarà sempre difficile giungere ad una "chiara ed esclusiva definizione del processo della pratica", e dunque ...

Ma forse, se partissimo proprio dalla constatazione che la professione non esiste perché non può esistere? Se ricominciassimo da qui, un nuovo percorso?