A cura di Stefano Zampieri
responsabile di Zona Filosofica

sabato 31 dicembre 2016

Buoni propositi

Il mio 2017 sarà l'anno in cui inaugurare l'esperienza della Filosofia nel Quotidiano. Iniziative e progetti a seguire.

giovedì 29 dicembre 2016

Filosofia nel quotidiano



Qual è dunque il compito della filosofia oggi? A mio avviso non può che essere una filosofia nella vita quotidiana, ove ciò che è decisivo è proprio la preposizione, non si tratta infatti di cogliere il quotidiano solo come un oggetto di studio, di fare una teoria del quotidiano, ovvero in parte è anche questo, ma al contempo, nello stesso tempo, la filosofia che torna alla vita  trova il suo luogo naturale proprio nel quotidiano, essa non è solo filosofia del quotidiano, ma ancor prima e più profondamente filosofia nel quotidiano. È questo che s’intende quando si allude a una pratica della filosofia. 

Nel suo essere pratica la filosofia mostra il suo essere dentro la realtà, profondamente implicata, piuttosto che fuori con l'intento di descrivere o comprendere un oggetto esterno. Significa una filosofia vissuta quotidianamente, agita nella quotidianità, uno stile di vita prima che un sapere.
 

giovedì 22 dicembre 2016

Qualche limite da rispettare

Il tema del limite sta diventando forse uno dei temi più appassionanti della riflessione filosofica contemporanea più sensibile alla dimensione dell'esistenza, perchè è proprio nella concreta esistenza degli uomini e delle donne del nostro tempo che diviene necessario fare i conti con i limiti che la storia, la natura e la vita ci impongono, ma anche con la prometeica volontà umana di superare ogni limite e di lasciar scatenare un desiderio e una volontà illimitati.
Bodei mette mano con la consueta ricchezza di riferimenti e di connessioni, a questa materia e fa emergere la complessità dei fenomeni che noi tutti abbiamo sotto gli occhi: l'abolizione del limiti generazionali che un tempo distinguevano e identificavano per ruoli e responsabilità giovani, adulti ed anziani e oggi si confondono nel giovanilismo estremo, nella mancanza di riti di passaggio, nella faticosa rincorsa ad un corpo eternamente bello e giovane, ecc.; la rottura del limite tra pubblico e privato, con una biopolitica che entra massicciamente nella vita privata e un privato che viene spettacolarizzato ossessivamente; l'indebolimento dei limiti territoriali e nazionali, resi privi di senso da vaste correnti migratorie, ma anche da una nuova concezione del lavoro flessibile, e delocalizzato; una generale perdita di senso della misura, rispetto alla dissipazione delle risorse, o rispetto alla devastazione del territorio e dei beni naturali e artistici che ci circondano; in generale tutte le pulsioni autodistruttive, che l'atteggiamento predatorio e dissipatorio dell'uomo sta attuando sistematicamente, e che la storia dell'ultimo secolo ci ha mostrato impietosamente - si pensi solo ad Auschwitz o a Hiroshima.
Bodei rifiuta tanto l'esaltazione della trasgressione dei limiti quanto la loro silenziosa accettazione. La morte di Dio ci ha lasciato nella mancanza di punti di riferimento fissi e sottratti a valutazione. Tuttavia limiti da rispettare ne esistono ancora, e l'uomo ha bisogno comunque di una morale anche se provvisoria. Non esiste, infatti, uno spazio di valori e verità morali omogeneo e stabile "ma uno spazio complesso caratterizzato da una pluralità di valori specifici a rete, entro i quali muoversi 'sinapticamente' per collegarli a contesti più ampi".
Biosogna saper scegliere i rischi della libertà rispetto ai vantaggi della sicurezza, ma sopratutto, cogliendo l'antico suggerimento di Marco Aurelio, non bisogna attendere la realizzazione della città perfetta, meglio
puntare a un po' di miglioramento, anche minimo, ma subito.

Remo Bodei
Limite
Bologna, Il Mulino, 2016
p. 124, € 12,00

lunedì 19 dicembre 2016

Felicità reale?

Ci sono libri dei quali non condividi praticamente nulla, eppure sono libri bellissimi che vale sicuramente la pena leggere con attenzione, proprio perchè ci costringono a pensare, e ci insegnano a farlo. E' sicuramente così per questo "Metafisica della felicità reale" di Alain Badiou, uno degli ultimi maître à penser francesi, approdato dalla militanza nell'estrema sinistra maoista alla prospettiva filosofica di una riedizione del "sistema", che attraverso un percorso abbastanza contorto riabilita insieme il platonismo, la dialettica, la soggettività, la verità.  Al di là di questo però, Badiou coglie molto bene l'esigenza di dare vita ad una noziione di felicità che non sia la pedissequa riedizione delle modeste soddisfazioni quotiodiane del piccolo borghese e della sua bella famigliola sazia e soddisfatta, ma sia piuttosto un sentimento di dilatazione dell'individuo che può realizzarsi solo dall'evento di una rivolta logica rispetto alle opinioni prefissate, ed insieme da una esigenza di giustizia rispetto alle miserie del mondo e della vita umana. Ma, nota giustamente Badiou, la nostra società si presenta invece come il mondo migliore piossibile e dunque ben poco migliorabile, ed è dominato dal vuoto della comunicazione spettacolo, da un concetto di universalità ridotta alla dimensione del denaro e delle merci, da una rigida  e sterile specializzazione dei saperi e da una ossessione per la sicurezza personale, per cui nessuno davvero si sente pronto ad affrontare il rischio dell'evento che rompe il quadro, dell'azione che spacca la banalità e quotidianità, nessuno se la sente più di lasciare la propria esistenza al caso, l’intero assetto vitale è programmato e pianificato (studi, educazione, lavoro, sicurezza personale ecc.). 
La stessa filosofia nelle sue tre grandi correnti contemporanee, quella ermeneutica, quella analitica, quella post moderna, appaiono a Badiou del tutto inadeguate ad affrontare quello che gli appare come il problema centrale dell'uomo cioè il suo rapporto con la verità.
Ma la mutabilità della comunicazione spettacolo e l’universalità delle merci e della moneta si possono interrompere secondo Badiou solo a partire da un punto fermo incondizionato, un’idea strategica e quindi da una VERITA’. Ciò esige sistema, esige un superamento della frammentarietà del discorso filosofico, cioè una filosofia della singolarità, della decisione e della scommessa (e dunque un ritorno al soggetto).
Che proprio questo sia il presuspposto dell "felicità reale" è la tesi dell'autore, una tesi complessa e argomentata con profondità, ma inesorabilmente fondata su un presupposto franoso, perchè ciò che Badiou chiama “verità” è, esplicitamente, quel che Deleuze chiama “senso”, ma in altre filosofia si sarebbe chiamato bene, spirito, noumeno, e prima ancora Dio, e  di ciò conserva intera la volatilità, l'ineffabilità, l'inconsistenza.

ALAIN BADIOU
Metafisica della felicità reale
Roma,
Derive Approdi, 2015
  

giovedì 15 dicembre 2016

Filosofia dell'esistenza, vecchia e nuova.

Diciamolo subito: non si tratta nè di una raccolta di aneddoti, nè di un saggio teorico. Direi piuttosto un quadro, la descrizione di un'intera epoca culturale, dagli anni Trenta in poi, il racconto di una serie di personalità di grande valore, ma anche la ricostruzione di alcuni eventi storici decisivi nel XX secolo e la scansione di fenomeni culturali travolgenti allora, ma importanti ancor oggi. Insomma, Sarah Bakewell riesce nel difficile intento di ricostruire i grandi dibattiti del '900, dalla scopertta della fenomenologia, alla svolta heideggeriana, alle questioni relative ai rapporti con il comunismo sovietitco, con i fermenti post coloniali, e con la stagione delle rivolte e dei diritti.
Senza mai annoiare o diventare pedante, l'autrice ricostruisce caratteri, riassume testi, segue vicende biografiche con grande competenza, servendosi di una ricchissima bibliografia, e riuscendo nella diffficile impresa di essere chiara senza scadere nel superficiale.
Ciò che ne esce non è nè un quadro agiografico nè una anacronistica demolizione, è piuttosto la complessità di una straordinaria stagione culturale, dominata da personalità di primissimo livello, Sartre, De Beauvoir, Camus, Merleau-Ponty, ma anche Vian, Genet, Jaspers, Lévinas, Marcel, Lanzamann, Murdoch, Nizan, Patocka, Wright e innumerevoli altri, tutti coinvolti nel gioco della filosofia e dell'arte che provano a rimettere in questione l'esistenza stessa liberandosi della zavorra della tradizione e tentando di scrollarsi di dosso le incrostazioni di un mondo che stava finendo e che attraverso i disastri della guerra, della rivoluzione, delle lotte perr l'emancipazione, comincivava a sperimentare, ora timidamente ora grosssolanamente, i nuovi abiti di un mondo che allora si affacciava e che ora è il nostro.
Di sicuro alla fine della lettura di questo libro restra la consapevolezza che quelle esperienze stanno alle nostre spalle, non solo perchè noi le abbiamo superate, ma anche perchè è in esse che troviamo la radice, il fondamento, l'impulso del nostro stesso modo di approcciarci alla realtà, senza più Autorità, nè Obbedienze, senza Verità Assolute, ma ansiosi di fare luce sulla nostra vita nella convinzione che essa possa essere migli
ore. Per tutti.

Sarah Bekewell
Al caffé degi esistenzialisti. Libertà, Essere e cocktail
Fazi Editore 2016
€20,00

lunedì 28 novembre 2016

Il quotidiano: filosofia e spiritualità

Che ruolo ha la spiritualità nella vita quotidiana? Oppure: ha senso parlare di spiritualità da una prospettiva laica e non confessionale? Le due domande si intrecciano e le possibili risposte costituiscono un passaggio ineludibile per chi voglia ripensare il quotidiano. Ci aiuta nella riflessione Augusto Cavadi con questo suo massiccio volume: oltre 300 pagine di grande formato, quasi un migliaio di note, una ventina di pagine di biliografia, a testimonianza non solo di una ricerca di vasta portata ma anche della complessità della problematica.
Dal mio punto di vista Cavadi coglie perfettamente la prospettiva più feconda, quella che mette al centro dell'analisi proprio la filosofia, intesa non tanto come una "ginnastica mentale", o un ricerca storica, ma come 'amore per la sapienza, e insieme sapienza dell'amore, cioè come quella attitudine interrogativa che nasce oltre la spiegazione scientifica, proprio perchè risponde a domande che scaturiscono non dalla ricerca dello scienziato, ma dalla quotidianità dell'esistenza. Laddove ha senso anche porre domande irrazionali o ingenue, o istintive. Ma che pur tuttavia costituiscono un doveroso passaggio, una percorso di formazione per tutti noi.
In questo senso il termine stesso "spiritualità" deve essere riletto, nella sua costitutiva vaghezza, come un termine non necessariamente confessionale, anche se il suo significato religioso non può essere escluso, ma al contempo anche non necessariamente idealistico o soggettivistico, il termine deve essere inteso piuttosto come un "patrimonio di tutti, monopolio di nessuno". Spiritualità, dunque prima di tutto come apertura verso l'infinito da parte di esseri finiti, apertura e dunque non chiusura nel foro interiore, nell'isolamento, ma anzi  squadernamento di un mondo attraverso tutte le forme della creazione umana, non escluse quelle dell'arte, della letteratura, della musica. Ma Cavadi non esita a mettere inaspetattamente nel discorso anche la dimensione spirituale delle scienze, o della gastronomia o dello sport.
E' dunque nella filosofia che la spiritualità riprende vita al di là dei recinti nei quali oggi si trova spesso confinata. Una filosofia che non si trastulla con il gioco dei concetti o l'invenzione di formule astratte, ma si concretizza come forma di vita improntata alla saggezza.
Così tutta la seconda parte del libro diviene proprio un ampio e articolato manuale di "spiritualità filosofica", nel quale assumono dignità di riflessione la presenza di sè, l'accettazione della propria finitudine, il superamento del complesso di colpa, ma anche il saper pensare, o il saper rischiare,  il misurarsi con il lavoro, il saper mangiare quanto il saper digiunare, il saper invecchiare, il saper ascoltare il silenzio, il saper conversare, il saper darsi tempo, ecc... insomma tutte le virtù della vita vissuta al suo meglio. Come la filosofia ci insegna. 

Augusto Cavadi
Mosaici di saggezze. Filosofia come nuova antichissima spiritualità
Diogene Multimedia, 2016
pp. 357  € 25

mercoledì 23 novembre 2016

Un'alternativa romantica

Non bastano certo cinque lezioni per imparare a stare al mondo, ma si sa che titoli e sottotitoli devono promettere per catturare. E questo libro non fa eccezione. Nonostante il tono leggero e il titolo accattivante, però il contenuto non è affatto scontato. Leonardo Caffo giovanissimo allievo di Maurizio Ferraris, già piuttosto noto per le sue frequentazioni vegane, sembra infatti avere le idee molto chiare.
La sua proposta emerge da una prospettiva e un linguaggio tipici della filosofia analitica, e mette in scena, anche se in modo piuttosto affrettato e non sempre adeguatamente argomentatao, alcune riflessioni stimolanti, soprattutto nel capitolo dedicato all'etica, laddove si tenta di sostenere la tesi di una umanità naturalmente etica prima di ogni teoria vera e propria, in base all'osservazione del fatto che l'umanità non è costituita di individui isolati e irrelati ma ha la stessa natura dello stormo, e dunque agirebbe in base a comportamenti comuni e collettivi, come se si trattasse di un unico immenso organismo.
Etica dunque come teoria dello stormo, come puro movimento nella direzione del progresso. In questo senso, e in modo decisamente controintuitivo, Caffo pensa che il singolo sa già ciò che è giusto fare, prima di ogni teorizzazione, che dunque va valutata non in base allo stato di eccezione, ma a partire dall'ordinario, dalla vita di tutti i giorni.
L'inaspettata apertura verso il progresso - che non è certo termine molto alla moda - trova ulteriore conferma nell'ultima lezione dedicata al futuro. Qui si conferma quella sorta di ingenuo romanticismo che è la nota dominante di tutto il libro, e in base al quale dovremmo pensare ed esperire nuovi stili di vita. In questo progetto, la filosofia ha un ruolo ben preciso che va oltre l'esortazione marxiana di passare dalla filosofia come contemplazione alla filosofia come trasformazione, ciò che ha in mente Caffo è piuttosto la filosofia della differenza di cui parlava Deleuze, cioè una alternativa filosofica che si realizza come apertura, atto, movimento di anticipazione i cui primi segn
i sarebbero già sotto i nostri occhi, perchè assumono le forme della disobbedienza civile, del vegetarianesimo, della non violenza, del pacifismo, di una sessualità al di là dei generi. Ora, non c'è dubbio che tale progetto contenga motivi per cui ci si possa sentire attratti e coinvolti, ma purtroppo la realtà quotidiana, la vita di tutti i giorni, è assai più complessa e più contraddittoria di quanto uno sguardo felicemente romantico possa vedere.

Leonardo Caffo
La vita di ogni giorno. Cinque lezioni per imparare a stare al mondo
Torino, Einaudi, 2016
pp. 125, €12,50

domenica 20 novembre 2016

L'eredità greca

In questo delizioso libretto Mauro Bonazzi, noto studioso di filosofia greca, raccoglie e rielabora una serie di articoli pubblicati su vari giornali e riviste. Il tono resta quello giornalistico, ma la riflessione non è mai superficiale. La tesi di fondo è che il mondo greco abbia ancora molto da offrirci e da insegnarci, ed è sicuramente vero. Anche se non riesco ad essere d'accordo su quella presunzione, spesso ripetuta, che tutto sia stato già detto dai greci, perchè a mio modo di vedere non è affatto così.  Vi sono temi  che nessun greco potrebbe comprendere semplicemente perchè appartengono ad una fase diversa della civiltà e della società, a partire dal rapporto con il lavoro e con la tecnica, ma anche aspetti di carattere, come ad esempio il tema della solitudine o quello dell'alienazione, estranei al mondo greco, e decisivi in quello moderno. D'altra parte proprio per la nostra formazione, per il modo in cui noi tutti, noi "filosofi continentali", siamo entrati nella disciplina filosofica, tendiamo a ricadere continuamente in questa tentazione di risolvere i problemi filosofici in Platone e Aristotele, cancellando con un colpo di bacchetta magica due millenni di storia dell'umanità.
Al di là di questo resta sicuramente il problema ben affontato da Bonazzi, dell'eredità  della cultura greca, spesso riassunta nella cifra del razionalismo, e nell'esaltazione del logos, ma solo perchè risolta nelle figure di Platone e Aristotele. In realtà la tradizione greca è assai più articolata e più complessa, e l'eredità più significativa è piuttosto l'attitudine filosofica stessa, ovvero il desiderio di mettere in questione ciò che si vive, ciò che che ci circonda, da una prospettiva laica, estranea cioè al mito, al culto, alla religione. I greci ci hanno affidato questo punto di vista, noi moderni l'abbiamo perseguito talvolta, altre volte tradito. Oggi la società occidentale sembra avviata ad una fase di arretramento, abbagliata da tendenze animiste, da miti e superstizioni, da un atteggiamento anti scientifico e anti razionale. Mai come ora la nostra sola difesa è nella filosofia. Da qusto punto di vista vale sempre la pena di tornare ai greci, magari senza dimenticare che fra noi e loro c'è di mezzo l'Illuminismo.

Mauro Bonazzi
Con gli occhi dei greci
Carocci 2016
p. 134   €12

giovedì 17 novembre 2016

La vecchia domanda sul senso della vita.

Eugenio Lecaldano, professore emerito della Sapienza, è autorità riconosciuta nel campo dell''Etica pratica e della bioetica, e da sempre un punto di riferimento per chi, soprattutto da una prospettiva di filosofia analitica, cerca di riflettere intorno alla possibilità di un'etica laica. Anche in questo libretto, sostenuto dai suoi riferimenti classici, Hume e Smith in modo particolare, prova a rispondere alla più abusata delle domande filosofiche, quella intorno al senso della vita.
In realtà però il libro si articola ampiamente molto più sulla opportunità e sul modo di porre tale domanda che sulla concreta possibile risposta. Una domanda che appare nella sua importanza reale solo a partire da una ricerca personale, che tuttavia si colloca sempre in una dimensione pubblica perchè si confonde con l'esigenza di trovare un modo per abitare conspevolmente il mondo.
Lecaldano cerca di porsi oltre ogni nichilismo, ma anche oltre ogni soluzione facile, come i miti della ricchezza, e del benessere, e al contempo al di là di ogni possibile risposta religiosa. E mette da parte anche la riduzione del problema alla dimensione della moralità. Perchè il problema del senso della vita non si risolve sul piano della moralità del comportamernto. C'è qualcos'altro, c'è qualcosa di più personale. Che non è però nemmeno la fissazione di una identità forte, nozione che ormai la nostra civiltà liquida ha reso inconsistente.
In una dimensione contingente nulla garantisce la vita umana, ma è proprio dal sentimento di realizzazione, di perfezionamento del proprio progetto di vita, che secondo Lecaldano è possibile rispondere alla domanda intorno al senso della vita. E sarà inevitabilmente una risposta personale, l'esito di un percorso necessario, profondamente umano. Perchè la vecchia domanda ha ancora n senso.

Eugenio Lecaldano,
Sul senso della vita
Bologna, Il Mulino, 2016
pp. 147  € 13


mercoledì 9 novembre 2016

I nodi della vita

Da diversi anni ormai Salvatore Natoli ha affiancato alla sua produzione scientifica di tipo più strettamente accademico, una produzione di tipo divulgativo a sfondo prettamente morale. Il filone è stato inaugurato da "La felicità di questa vita " del 2000, e poi perseguito con la "Guida alla formazione del carattere" del 2006, e ancora "L'edificazione di sè" del 2010,  "Perseveranza" del 2014, e si arrichisce ora di un altro testo sintetico ma ricco e stimolante, "I nodi della vita", edito dall'editrice La Scuola. Anche qui come in tutte queste sue operette, Natoli mette alla prova la tenuta di quella che chiama "un'etica del finito", cioè una prospettiva attraverso la quale egli si propone di offrire all'uomo contemporaneo una prospettiva filosofica per rileggere i momenti salienti della nostra eistenza quotidiana a partire dalla consapevolezza della nostra finitezza di singoli in relazione, dalla necessità di sapere adottare secondo un modello aristotelico una prospettiva di virtù che ci consentano di dominare il desiderio, senza esserne dominati, e di realizzare una giusta misura nelle cose.
Qui i nodi della vita sono prima di tutto quelli che tengono insieme corporeità, soggettività e relazione. Tre termini che stanno in un rapporto circolare e non possono essere separati l'uno dall'altro senza cadere in un abisso di equivoci. Essere corpo significa essere spazialità, cioè spazio entro altri spazi, relazione nel sistema delle cose del mondo. Ma al contempo ancher essere coscienza del proprio corpo distinto dagli altri corpi, cioè soggetto, ovvero inizio, apertura del mondo.
La soggetività è il corpo vivo, è il corpo in azione. Quando il corpo è in salute non sente tanto se stesso, ma sente il mondo, perchè è aperto al mondo. Se invece siamo feriti sentiamo piuttosto il dolore della ferita che il mondo. In quanto corpo e soggettivtà, corpo e mente, siampo sistemi viventi: la caratteristica dei sistemi viventi è quella di nascere e morire, di essere in continua relazione  con l'ambiente e di avere una costituzione omeostatica, cioè di tendere ad un certo equilibrio di fronte alle variazioni ambientali.
Rispetto agli altri animali l'uomo ha più alta capacità di autorappresentazione e quindi di rappresentarsi se stesso distinto dall'ambiente circostante. Ciò significa che per l'uomo lo spazio si apre indefinitamente come un immenso campo di possibilità. Lo spazio aperto è sempre lo spazio dell'agire, quanto l'agire è a sua volta costituzione spaziale, apertura. E il medium di questo processo è il gesto: corporeità nello spazio tempo, soggettività nell'intenzione e nella possibilità, relazionalità con il mondo. Ciò che appunto si stringe nei nodi della nostra vita cui allude il titolo. I nodi della nostra esistenza.
Molte altre sono le argomentazioni di questo aureo libretto, ma tanto basti per comprenderne il punto di vista da cui esso muove. Una prospettiva utilissima per il filosofo che si interroghi sulla quotidianità dell'esistenza.

SALVATORE NATOLI
I nodi della vita
Editrice La Scuola 2015
€11,50

domenica 6 novembre 2016

Un bel libro (ma ben nascosto)

Per chi avessse ancora dei dubbi ecco un esempio della decadenza culturale del nostro paese, questa volta la responsabilità è di una editoria che insegue mode, che inventa occasioni di business, e che per farlo non esita a violentare anche opere di grande valore. E' il caso di questo libro che la redazione del Il Saggiatore presenta con un titolo degno di un'operetta new age da libreria della stazione, "L'arte di essere felici", un titolo buono per catturare appunto un viaggiatore frettoloso, o un curioso che ha poco tempo e vuole andare rapidamente al sodo, e che resterà drammaticamente deluso dal contenuto del libro. Non basterà certo a consolarlo l'immagine di copertina che potrebbe essere riciclata anche per un'opera sul caffè o sull'arte di disegnare faccette con la schiuma.
Solo un lettore molto tenace avrà la forza di affontare un'opera che è sicuramente di lettura complessa (i suoi riferimento tanto per dire sono Deleuze, Spinoza, Nietzsche, Blanchot), ed il titolo originario è "La traversée des catastrophes", portremmo tradure "Superare le catastrofi". L'autore è un filosofo molto noto in Francia Pierre Zaoui, che in un libro di grande spessore affronta con straordinaria sapienza ma anche con lucida trasparenza, il tema della morte e l'incontro con la catastrofe esistenziale. Una lucidità e una onestà legate anche al fatto che l'autore ha vissuto sulla sua pelle l'esperienza della malattia incurabile.
Ne esce un libro denso e articolato, mai banale, che cerca di aprirsi faticosamernte la strada verso la costituzione di un'etica naturalistica che non abbia più necessità di nascondersi dietro l'alibi del nome di Dio, ma che non si ritragga di fronte alle grandi sfide dell'esistenza, cadere, ammalarsi, rialzarsi, vivere la mancanza, vivere la presenza dopo la morte, introdursi nell'evento amoroso, indirizzarsi verso un meglio che non potrà cancellare il peggio. Un libro tutto da leggere e poi soprattutto da meditare.

PIERRE ZAOUI
L'ARTE DI ESSERE FELICI
il Saggiatore, 2016, pp. 374, €17,00

domenica 2 ottobre 2016

Una funzione sociale, non un mestiere

Che anche la filosofia possa diventare un mestiere, è ovvio, è già così, sotto le spoglie dell'insegnamento, ma anche sotto quelle della ricerca universitaria, o dell'editoria, in qualche caso persino dietro la maschera della divulgazione negli ormai innumerevoli festival e simili. Sempre di attività remunerate si tratta, niente di più, niente di meno. Quindi che la filosofia possa diventare mestiere è cosa ovvia. Ciò che è meno ovvio è se la filosofia pratica, che nasce proprio come "libera professione", abbia in questa pretesa originaria la sua realizzazione.
E' vero che il "consulente filosofico" ha interperetato se stesso come un libero professionista e come un fornitore di servizi (d'aiuto o di riflesione), ma è davvero questo il nucleo della sua identità? Io non lo credo affatto. E propongo piuttosto di pensare il filosfo praticante non come un professionista di una pratica d'aiuto, ma come l'esecutore di una funzione sociale: credo che per altro questa sia proprio la formula socratica, nel suo essere antisofista; i sofisti fornivano legittimi e utilissimi servizi a pagamento, il socratismo per quel che ne sappiamo sembra essere piuttosto l'esecuzione di una funzione sociale di messa in questione da parte di un filosofo, dell'èlite culturale e politica della polis.
Ora, nel terzo millennio il nostro riferimento non può più essere una, per altro inesistente, èlite culturale, ma è la società nel suo complesso, certo, questa socieltà, occidentale, borghese, dominata dal benessere e dalla logica del consumo.
Rispetto a questo mondo il filosofo praticante costituisce appunto un'anima critica, un pungolo, un tafano, che costruisce luoghi del pensiero, cioè spazi ove si mettono in questione  le assunzioni comuni del nostro vivere, ma anche le tensiooni, le difficoltà, le asperità che tutti percepiamo nella nostra esistenza.
Il filosofo praticante, dunque svolge una funzione sociale ben precisa, ed è proprio questa la sua natura, non tanto il professionismo, che non è nè assurdo nè disdicevole, perchè è ciò che ci aspettiamo, è ciò che appare scontato in una società retta dallo scambio economico, ma lo confina, lo limita, lo costringe, dentro la dimensione del mercato dal quale invece dovrebbe in qualche modo emanciparsi per poter rappresentare una credibile voce critica. Per poter svolgere cioè credibilmente la funzione sociale di  creatore di spazi del pensiero nei quali delineare le cornici di senso del nostro quotidiano.


mercoledì 21 settembre 2016

Serve la filosofia

Qual è la funzione sociale della filosofia pratica? In generale la filosofia può avere uno straordinario impatto sulla nostra vita emotiva, non solo fornendoci principi operativi e credenze ma anche riuscendo a dirigere la nostra attenzione  in modo selettivo verso ciò che è positivo anche nel negativo. E' ciò che si nomina quando diciamo frasi tipo "Prendila con filosofia!", espressione con la quale si tende a spingere qualcuno - o se stessi - a prestare attenzione più agli aspetti postivi delle circostanze che a quelli negativi, è la formula del bicchiere mezzo pieno. Ed è soprattutto l'eterna funzione consolatoria della filosofia. In fondo anche l'antico precetto platonico della filosofia come un "esercizio di morte", è un modo di prenderla con filosofia: osserviamo ed esercitiamoci a morire presumendo che questo ci aiuti a vivere meglio.
Ma la filosofia pratica non ha più o comunque non ha solo una simile funzione consolatoria. La filosofia pratica è prima di tutto una messa in questione, è una operazione di sottrazione dall'indifferenza, è il gesto di esaminare le conseguenze, e quindi di assumere responsabilità.  
La funzione sociale della  filosofia pratica è quella di tornare a pensare gli eventi, le situazioni, le scelte, le occasioni, le prospettive aperte dalla vita quotidiana. Un piccolo elenco di eventi che dovrebbero essere ri-pensati per evitare le tante distorsioni della nostra civiltà attuale: votare, sposarsi, convivere, avere una famiglia, amare, scegliere un percorso di studi, scegliere un percorso professionale, lavorare, essere amici, fare politica, mangiare, divertirsi, fare sport, e mille e mille altri. Scusate ma l'elenco sarebbe infinito.
Ma in pratica cosa significa? Significa per esempio che non possiamo più andare a votare senza aver prima messo in questione ciò che è in gioco, aver prima riflettuto sulle conseguenze del nostro voto, senza esserci assunti la responsabilità della scelta, senza aver compreso la reale natura delle parti in gioco, ecc. ecc. E per far questo serve proprio la filosofia.

venerdì 5 agosto 2016

Tre livelli di discussione

Ringrazio davvero Neri e Giorgio che a partire dal post precedente hanno avviato una interessante e utile discussione. Intervengo lateralmente con questo post per chiarire la mia posizione rispetto ad alcune questioni sollevate che mi paiono centrali. Senza alcuna pretesa di fermare la discussione ma anzi con la speranza di contribuire ad una soluzione.
Allora, anche qui schematicamente, per cercare la massima chiarezza.
Io sono persuaso che la cosiddetta Consulenza Filosofica sia una delle possibili Pratiche Filosofiche, ovvero di quella forma della filosofia che è rinata negli anni '80 del secolo scorso come
     - pratica dialogica, ovvero con-filosofare
     - finalizzata al mettere in questione le ragioni dell'esistenza (questa seconda qualità può apparire forse meno evidente, ma altrimenti non si comprenderebbe perché il non filosofo dovrebbe sentirsene attratto. L'alternativa è una sola, quella di pensarla come un puro gioco, cosa legittima ma che mi pare non sia stata sostenuta da nessuno).
Su questa base il Filosofo Praticante può benissimo essere anche un Consulente Filosofico - se decide di dedicarsi a quella particolare Pratica. E viceversa.
Non vedo alcun ostacolo di principio. 
A parte andrebbe analizzata la questione della "professionalizzazione". Che io non discuto in termini di principio (la ritengo cioè cosa del tutto legittima), ma in termini di fatto (la ritengo cioè una cosa eticamente non neutrale e quindi soggetta a valutazione personale in base ai propri valori e alla propria visione del mondo).
Ancora a parte, per chi fosse interessato, andrebbe discussa la questione associativa, cioè in che modo e in che misura un'Associazione può rappresentare il Filosofo Praticante o Consulente, o entrambi. E qui la questione è politica prima che teorica.
Tre piani o tre livelli di discussione. Secondo me.


lunedì 25 luglio 2016

Una prima conclusione

Qual è la mission del Filosofo Praticante? Io la riassumerei in questo modo:
- creare e far crescere SPAZI DEL PENSIERO, in ogni luogo, quartiere, scuola, asl, azienda, biblioteca, partito, sindacato, centro sociale, ospedale, carcere, università, condominio, famiglia, coppia, singolo;
- ripensare, cioè mettere in questione,  il nostro essere-al-mondo, in tutte le sue forme, dunque nelle dimensioni dello spazio e del tempo vissuti, nella dimensione dei rapporti, degli stili di vita, in funzione degli atti e delle decisioni della nostra esistenza singola e associata, come individui e come cittadini (scegliere, valutare, votare, amare,ecc.), nel complesso quella che ne dovrebbe emergere sarebbe una vera  e propria FILOSOFIA DEL QUOTIDIANO;
- coltivare una aspirazione generale alla SAGGEZZA, da intendere in forma minima: una visione delle cose che si suppone migliore di quella del senso comune.

Tutto ciò configura forse le coordinate di una PROFESSIONE? Potrebbe certo, se si offre un servizio a singoli o a una comunità si ha anche il diritto di chiedere una remunerazione.
Tuttavia a questo punto subentra la mia valutazione personale: il mio percorso filosofico non è mai stato disgiunto da un'esigenza critica, e da una istanza morale. Sono giunto alla conclusione che, laddove sia possibile, diventi anche necessario e urgente dare dei segnali relativamente alla possibilità di un diverso approccio all'economico. Laddove vi sia lo spazio io credo che sia giusto sperimentare forme di attività estranee alla logica mercantile, eversive rispetto alle dinamiche del denaro, più vicine alle forme della solidarietà (mettere insieme le risorse), o del dono (dare senza contropartita), o del riconoscimento (restituire senza obbligo).  


lunedì 18 luglio 2016

La domanda di ragioni

Nessuna professione nasce se non a fronte di una domanda sociale. Se oggi esiste "l'idro sommelier" è perché si è creata una nicchia di mercato in cui la qualità delle acque e il loro abbinamento con i cibi hanno un senso, c'è una domanda che rende sensato anche l'idro sommelier, mentre non lo è più il riparatore di carrozze per ovvi motivi. Certo la domanda può essere anche indotta ma in questo secondo caso solo a fronte di un massiccio condizionamento del mercato, fenomeno che certo non appartiene alla consulenza filosofica. Allora è legittimo porre la questione: qual è la domanda sociale rispetto a cui la consulenza filosofica rappresenta la necessaria risposta? Credo ci siano due risposte immediate ma insoddisfacenti e una terza molto più interessante.
La prima risposta è che alla base della professione filosofica ci sia la domanda del disagio in tutte le sue forme, ma se fosse così, la consulenza filosofica sarebbe una risposta tra molte altre, tutte quelle delle professioni  di cura - psicologiche, consulenziali, psicoanalitiche, ecc, - rispetto alle quali avrebbe gioco difficile a distinguersi, e soprattutto sarebbe tenuta ad un confronto d'efficacia poco favorevole;
la seconda risposta è che la consulenza filosofica come professione risponda a una domanda di formazione, anche qui in forme diverse, formazione alla filosofia, formazione al processo della consulenza come nel caso degli aspiranti filosofi consulenti, formazione al dialogo come esercizio democratico;  anche in questo secondo caso tuttavia simile domanda trova già risposte nelle scuole, e il professionista non si distinguerebbe da un insegnante.
Ma vi è, a mio avviso, una terza domanda sociale, diversa che tuttavia non si esplicita immediatamente in una richiesta professionale, perché è una esigenza che i singoli pongono prima di tutto a se stessi:  è la domanda di ragioni. Certo proprio perché nasce introiettata è difficile pensare che possa determinare una vera e propria "professione", ma è sicuramente la domanda centrale del nostro tempo. Ed è, a mio modo di vedere, la più autentica domanda  a cui tutto ciò che variamente chiamiamo consulenza filosofica o pratiche filosofiche, cerca di dare risposta. Per questo ritengo che sia venuto il tempo di passare da una consulenza filosofica intesa come risposta al disagio o a esigenze di formazione, alla Filosofia Praticante come lavoro di costruzione di spazi del pensiero nei quali mettere in questione filosoficamente le Ragioni del nostro fare.

Un esercito di filosofi praticanti

Non ci sentiamo affatto orfani del "grande filosofo", ciò che ci manca è piuttosto l'esercito dei tanti filosofi praticanti, coloro che infliggono a loro stessi la dolce pena del pensiero, coloro che vivono la filosofia in strada, nella vita, negli eventi del'esistenza. Mancanza che corrisponde alla tristissima assenza di luoghi del pensiero, che poi sarebbero i luoghi in cui i filosofi praticanti dovrebbero giocare le loro battaglie, affinare le armi per affrontare la vita.

domenica 3 luglio 2016

Sine missione

"La saggezza è l'adesione a una vita che va condotta sine missione: non si può chiedere l'esonero dalla costrizione all'esistenza." (Peter Sloterdijk)

venerdì 24 giugno 2016

Ancora filosofia, ancora saggezza

Ancora parole d'altri per esprimere una convinzione mia : "La filosofia non è la saggezza, ma è, essenzialmente connessa con la saggezza, cioè con un'immagine delle cose che, si suppone, è nell'insieme superiore - più vera e di maggior valore - rispetto a quella del senso comune." (Diego Marconi)

venerdì 17 giugno 2016

Saggezza e filosofia

Lo dico con parole di altri, per rendere l'affermazione più salda e più credibile, anche se io stesso l'ho detto molte volte e in molti modi:  "La saggezza non è uno stato che metterà fine alla filosofia, ma un ideale inaccessibile che motiva la ricerca senza fine del filosofo. La filosofia, quindi, in quanto sforzo verso la saggezza, deve essere insieme, e indissolubilmente, discorso critico ed esercizio di trasformazione di sé." (Pierre Hadot)

giovedì 16 giugno 2016

Una comunità di pensiero

Il Filosofo Praticante non si situa nella linea di successione accademica, e dunque è fuori della scena istituzionale della filosofia. E' il suo limite e insieme la sua forza. Il suo ambiente non è il chiuso di una istituzione, ma l'aperto dell'esistenza vissuta. Ciò non lo rende adatto ad apparire in una "storia della filosofia" del futuro, ma probabilmente potrebbe renderlo adatto ad entrare in una  futura "storia della società". Sempre ammesso che il Filosofo Praticante possa costituire a sua volta una "comunità di pensiero".
Ma i Filosofi Praticanti possono costituire una comunità di pensiero? La risposta è difficile. Bisogna prima intendersi sul senso della "comunità". E ciò che di primo acchito appare chiaro è che una ipotetica comunità futura dei Filosofi Praticanti dovrebbe per forza essere diversa dalle diverse forme di comunità cui i filosofi hanno aderito nella storia millenaria della nostra civiltà. Con quali forme? Con quali caratteristiche? Forse è venuto il tempo di interrogarsi su questo.

lunedì 30 maggio 2016

Limite e opportunità

Il terreno costitutivo dell'abitare è la quotidianità, il tempo del presente, del paesaggio, della ritualità, della ripetizione, dell'uso reiterato degli stessi strumenti... L'abitare è la forma stessa dell'esistenza sul terreno della quotidianità, ed è proprio su questo piano che l'antropologia si erge di fronte alla filosofia come suo limite e insieme come sua grande opportunità, come elemento di riscontro per ogni trascendenza e come obiettivo palese od occulto di ogni astrazione.
Nn c'è filosofo praticante che non tenga ben fermo questo confine e questo punto di riferimento.

giovedì 26 maggio 2016

Servono gli esempi

Non c'è una definizione di Filosofo Praticante, perché non si tratta di un concetto ma di una condizione esistenziale. Essere un Filosofo Praticante, dunque, significa molte cose: significa per esempio agire in modo riflessivo piuttosto che in modo irriflesso, significa mettere in questione atti, decisioni, ragioni sottraendole all'indifferenza e al luogo comune, ecc. non c'è dunque una definizione c'è piuttosto una descrizione di comportamenti.
Posso riconoscere un Filosofo Praticante, prima di tutto, da come fa quello che fa, molto più che da quello che dice o dall'esito finale della sua azione. Non ho bisogno di definizioni astratte allora per comprendere cosa possa essere un Filosofo Praticante, ho bisogno piuttosto di esempi.
Ma sono sempre un Filosofo Praticante? In linea di principio il Filosofo Praticante è sempre tale, in ogni momento della sua vita proprio perché si tratta non di applicare un qualche valore supremo, ma piuttosto di una attitudine, un modo di fare ciò che si fa, che si tratti di azioni alte - esercitare il diritto di voto - o di azioni basse - lavarsi i denti, il Filosofo Praticante in entrambi i casi esercita il dovere di conoscere e mettere in questione,  valuta conseguenze e responsabilità, si pone il problema del modello di vita individuale e collettivo che la sua scelta, la sua azione, determinano, il Filosofo Praticante è anche colui che cerca di maturare un progetto di mondo in cui vivere.

mercoledì 18 maggio 2016

Nomina sunt omina: il Filosofo Praticante

Spesso nel nome di una cosa è contenuto il suo destino. A maggior ragione quando si tratta di una pratica nuova che non ha precedenti immediati. Ora, senza rifare tutta la storia del Nome che ci troviamo incollato addosso, forse vale semplicemente la pena di immaginarne uno nel quale sia più facile riconoscersi, almeno per me. E in questo senso il suggerimento viene da una accezione straniera, gli americani infatti usano spesso l'espressione "philosophical practitioners", da qui mi è apparso il nome con il quale vorrei indicare me stesso, il mio lavoro, e magari quello degli altri: Filosofo Praticante.
Ma chi è il Filosofo praticante? E' colui che pratica attivamente la filosofia così come un "praticante" è colui che aderisce a una religione facendone un motivo di ispirazione quotidiana della propria esistenza. Sono consapevole del sapore "confessionale" dell'espressione, l'ho messo subito in evidenza io stesso. Ma è chiaro che non intendo con questo suggerire una equazione assurda, la filosofia non è una religione, né i filosofi appartengono ad una setta. Ma il Filosofo Praticante è qualcuno che vive la filosofia nella sua vita quotidiana, nel senso che cerca di vivere filosoficamente, ovvero di agire utilizzando gli strumenti e la saggezza della filosofia. Non è un filosofo che si limiti a studiare e a insegnare la filosofia, magari fa anche questo - non necessariamente - ma prima di tutto fa tutto ciò che costituisce la sua esistenza in base alla attitudine filosofica, ed in base ai propri valori: quelli che la sua ricerca filosofica ha elaborato, e su cui costruisce la propria quotidianità.
Praticante è colui che sta nella dimensione della filosofia come il pesce sta nell'acqua e l'uccello in aria.

martedì 10 maggio 2016

Momenti filosofici

"Il momento filosofico è, come quello musicale, una vibrazione che accorda tutto ciò che tocca. Nel pensiero vero viene pensato qualcosa di pericoloso." (P. Sloterdijk)

giovedì 28 aprile 2016

Non parte di una parte, ma testimone

Io sono il testimone delle mie idee. Non sono parte di una parte, non sono né -ista né -iano, non potrei esserlo, non per un semplice rifiuto istintivo dell'esser servile, ma prima ancora per una impossibilità materiale: non posso essere testimone di una testimonianza altrui. Non avrebbe senso.
Ma faccio tesoro di ogni testimonianza, da quelle più antiche a quelle più recenti, anche se è con queste che mi sento più affine. E propongo la mia, che magari non vale molto, ma qualcosa più di nulla, per il semplice motivo che essa è qui, aperta alla luce della scena, sottoposta all'attenzione degli altri.
Essere parte di una parte è il tipico atteggiamento della filosofia come disciplina accademica. La pratica filosofica nasce fuori dell'Accademia, e se pure un giorno dovese entrarci, non potrebbe comunque essere parte di una parte, perché questo è proprio ciò che non le appartiene.
La pratica filosofica è TESTIMONIANZA: sono appunto il testimone delle mie idee, e le testimonianze si espongono, si inseguono, si confrontano, si osservano, si studiano. La tua testimonianza potrebbe rendere più ricca e più vera la mia. Insieme, ognuna dalla propria prospettiva, possiamo testimoniare che la filosofia c'è, è qui, nella nostra vita quotidiana.

domenica 24 aprile 2016

Lento quotidiano

Un quotidiano dis-alienato non può che essere uno spazio della lentezza.
Rallentare è la prima forma di resistenza al precipitare frenetico della contemporaneità.
Un quotidiano che si ritrova, che si ripensa filosoficamente, è uno spazio di cammino, un camminare a piedi magari, uno spazio di osservazione del mondo, dei suoi particolari, delle sue suggestioni, di percezione dei suoi profumi. E' uno spazio di tempi catturati e dilatati, è lo spazio del prendersi tempo, perché l'obiettivo non è imminente, né in scadenza, ma è nell'altezza della scoperta di ciò che vale. Scoprire ciò che vale nella nostra esistenza richiede pazienza. La lentezza è matrice della pazienza e della speranza, dell'immaginazione e della creazione.
Tutto il resto è operazione, produzione di rifiuti e di scarti, accumulo di energie, dissipazione di energie, combattimento di efficienze, di competenze, di efficacie. La lentezza è spazio lungo, lungo percorso, laboratorio artigianale del pensiero.

mercoledì 13 aprile 2016

Non poter fare, non sapere...

" La più recente ondata di consulenze parte dal corretto presupposto che gli agenti, che non possono fare più di tanto, possano essere supportati al meglio da consulenti che sanno di non sapere più di tanto. Da allora Socrate è ritornato tra noi."
(Peter Sloterdijk)

venerdì 8 aprile 2016

La filosofia nel quotidiano

La pratica filosofica è filosofia nella vita quotidiana, ove è decisiva la preposizione, che è chiaramente altro da ogni genitivo. Indica infatti l'essere dentro, profondamente implicata, piuttosto che fuori con l'intento di descrivere o comprendere un oggetto esterno. Intendiamoci, nella pratica filosofica è necessario anche l'atteggiamento conoscitivo, essa cioè spesso agisce come se fosse uno sguardo esterno che indaga un determinato oggetto, il quotidiano, tuttavia, lo fa sapendo di essere dentro quell'oggetto stesso. La pratica filosofica è nella vita quotidiana anche quando si interroga sulla vita quotidiana, anche quando la descrive e la mette in questione. La pratica filosofica, non può non essere consapevole del suo stato di implicazione.
E, d'altra parte, il quotidiano, non è affatto un oggetto, ma è una condizione, un modo d'essere dell'uomo in un determinato spazio-tempo.  E dunque non può essere circoscritto e delimitato come un oggetto, ma deve essere invece percorso, attraversato, vissuto.

giovedì 24 marzo 2016

Una Associazione di Filosofi ricercatori?

Di fronte al modello della Associazione come Regolatore Burocratico, ovvero esecutore di norme etero imposte o autoimposte; di fronte al modello della associazione come Contenitore Identitario, costume d'appartenenza, maschera collettiva atta a riempire un vuoto d'identità; di fronte a questi due modelli, che sono i più diffusi e i più condivisi nella articolazione sociale del nostro paese, io credo che la Rivoluzione Copernicana che si sta auspicando in questi post non possa non determinare anche una radicale revisione del modo di intendere e di vivere il momento associativo.
Probabilmente, il modello di Associazione che più e meglio si adatta alla fisionomia del Filosofo Pratico come sto cercando di disegnarla, è quella di una messa-in-relazione tra singoli plurali, che rispettano la loro diversità perché apprezzano ogni singolarità.
Solo dopo aver fatto quel passo indietro di cui ho parlato in altro post, è possibile riscoprire la singolarità plurale di ognuno, ovvero quelle originalità di cammino che non si annullano reciprocamente, ma che si sommano, si intrecciano, si arricchiscono dalla reciproca vicinanza.
Ciò che ne deriverebbe sarebbe una Associazione di filosofi ricercatori che mettono insieme il frutto del loro lavoro, non per confutarsi reciprocamente, ma per progredire collettivamente, perché la verità non è Una, ma è sempre Un Complesso che si produce.

giovedì 17 marzo 2016

Una Rivoluzione Copernicana.

Forse, oggi, è giunto il momento per una vera e propria Rivoluzione Copernicana nel mondo delle pratiche filosofiche. E' un'operazione che si rende necessaria a fronte di tutto ciò che sto dicendo in questa pubblica e aperta riflessione, partita da una messa in questione del "professionismo", e passata attraverso un rigetto del dualismo psicologistico, per approdare ad alcuni temi ancora molto rozzamente delineati, quello della complessità e quello della quotidianità del mondo-della-vita.
Tutto questo insieme tematico necessita appunto, a mio modo di vedere, di un rovesciamento di prospettiva, rispetto al modo in cui fino ad oggi è stata vissuta - per lo più - la pratica filosofica e in particolare la Consulenza Filosofica: dall'essere una pratica rivolta ad altri, e quindi presentabile come una pratica-di-cura, ad una pratica per me, cioè intesa come il percorso che mi consente di ritornare filosoficamente al mondo-della-vita.
Questa vera e propria Rivoluzione Copernicana, naturalmente, avrebbe molte conseguenze rilevanti. Ne elenco confusamente alcune: l'abbandono del modello professionale della cura, del servizio offerto a; l'allontanamento da ogni forma di relazione d'aiuto; la focalizzazione sul proprio percorso personale - di singoli, singolare plurale - ; l'approfondimento dei temi relativi al nostro essere nel mondo-della-vita, oppure con altre parole, della vita filosofica.

domenica 13 marzo 2016

E poi il quotidiano...

Certamente chi è transitato seriamente nella Consulenza Filosofica ha scoperto l'esistenza di uno spazio che in realtà già conosceva, che era già lì ma ignorato, e spesso filosoficamente frainteso. Entrare nel mondo-della-vita come si entra in uno spazio nuovo  che in fondo è la nostra casa, ma come se non l'avessimo mai vista davvero, mai sentita come nostra. Prima di ogni definizione scientifica, prima di ogni idealizzazione, vi sé questo rapporto immediato con le cose, con i propri desideri e credenze, con i fatti, con i sentimenti, con i rapporti, con i poteri, con i conflitti... E' un mondo quotidiano ove molto di ciò che accade non è d'un soggetto ma è di una neutralità plurale che quella del si dice, si fa, si ritiene, ...
Quotidianità senza soggetto e senza oggetto, perché ivi il mondo è un sistema di possibilità, di ostacoli, di pertinenze, di alterità, di contatti, di commerci, di scambi...
Quotidianità spesso senza logica, perché già la logica costituisce un processo di idealizzazione, una sostruzione (costruzione su) come direbbe Husserl. Il quotidiano, lo sappiamo bene, spesso è incoerente, ambivalente, ambiguo, soggetto al malinteso e all'errore. Ma è proprio questo il nostro quotidiano, è questo il mondo-della-vita con cui ci dobbiamo confrontare.
Ecco, forse lo stare nella Consulenza Filosofica ci ha dato l'opportunità di fare esperienza di questo spazio vissuto, che ci appartiene, anche quando non lo sappiamo. E' in questo spazio che bisogna saper penetrare. Anche qui c'è un intero mondo da ri-scoprire.

sabato 12 marzo 2016

La complessità innanzi tutto ...

Chi in questi anni ha fatto seriamente Consulenza Filosofica, di sicuro ha imparato fra le altre cose la complessità dell'essere umano. Soprattutto se ha provato a comprenderlo al di fuori di ogni dualismo, e quindi si è addentrato nel caos dell'esistenza vissuta, delle pratiche, delle azioni, dei gesti, delle scelte, delle ragioni, dei valori... cioè in quel magma che compone la nostra quotidianità pensata.
Chi ha gettato uno sguardo in questo mondo ha visto l'insufficienza di ogni approccio uni-dimensionale, cioè di ogni approccio che trovi le proprie ragioni solo sullo scarto preventivo di una parte della nostra umanità.
Si tratti, da un lato dell'approccio psicologistico che si preclude la possibilità di comprendere il gesto reale - corpo intelligente dell'uomo. Si tratti, dall'altra parte, di ogni approccio ideologico, che misura l'uomo in base ai movimenti macchinici di corpi collettivi, senza soggetti reali, senza singolarità, onde in una storia metafisica.
Al di là di questi filtri settoriali, di queste amputazioni di umanità, fare prova della complessità, significa appunto lavorare sulla nostra capacità di essere senso-al-mondo, non senso-del-mondo, né senso-nel-mondo. Dove l'at congiuntivo non è una produzione ma una ap-propriazione dello spazio mondo.

mercoledì 9 marzo 2016

Ma cosa abbiamo imparato dalla Consulenza Filosofica?

L'esperienza della Consulenza Filosofica rimonta, in Italia, ai primi anni del 2000, sono una quindicina d'anno di lavoro, e non sono pochi. Ciò che mi chiedo oggi è: che cosa abbiamo appreso dall'esercizio reale di questa pratica? Certo all'inizio si è trattato soprattutto di mettere a punto condizioni, metodi, strutture, contesti, si è trattato di portate a superiore chiarezza un'attività in parte sconosciuta, si è trattato di rispondere a domande che nascevano dalla pratica stessa e che si rispecchiavano poi nella pratica, contribuendo ad affinarla, a portarla ad una maggiore consapevolezza teorica e operativa.
Ma questo nella prima fase. C'è stata poi una fase seconda, nella quale gli operatori, i filosofi, hanno avuto la possibilità di porsi nuove domande, non più interne alla pratica e ad essa funzionali, ma piuttosto rivolte a ciò che dalla pratica come tale era possibile estrarre. La pratica della filosofia, la filosofia come "consulenza", mette in situazione noi come filosofi, la filosofia come tale, l'esistenza delle persone, le ragioni, i valori, le idee che danno forma alla vita singolare e collettiva.
Bene, dal nostro stare in situazione cosa abbiamo imparato? Sarebbe interessante cominciare a confrontare le nostre risposte a questa domanda generale e verificare ciò di cui io sono convinto, e cioè che questa pratica ci mette in condizione di fare straordinarie scoperte proprio in quella zona ancora ampiamente esplorabile del rapporto tra il singolo, la collettività, il mondo. C'è tutto un lavoro da fare, e comincia adesso.

domenica 6 marzo 2016

Aprire spazi del pensiero

C'è qualcosa che chiunque abbia provato una buona esperienza di pratica filosofica di gruppo, sia con filosofi sia con non filosofi, ha sicuramente realizzato, e cioè che il primo rilievo che appare collettivamente è questo: ecco lo spazio del pensiero. La pratica filosofica apre spazi del pensiero, ove il termine non va ridotto a una semplice metafora ma va preso anche letteralmente, nel senso di creare una occasione, un luogo, un evento, nel quale sia protagonista il pensiero non come semplice esercizio neutrale, enigmistico, ma come messa in gioco della propria esistenza singolare/plurale, attraverso lo strumento del dialogo razionale, della condivisione d'esperienza, della messa in questione di temi e figure della nostra cultura. Forse è questo allora il primo, non l'unico ovviamente, ma il primo dei fini delle pratiche filosofiche nel loro complesso, aprire spazi del pensiero. Credo si possa partire da qui.

venerdì 4 marzo 2016

Dal concetto della pratica al soggetto della pratica

Credo sia venuto il momento di spostare l'attenzione dal tema socratico del "che cos'è la Consulenza Filosofica" a quello non meno filosofico del " qual è la finalità ideale che rende ragione dell'esistenza della Consulenza Filosofica?". Ciò comporta, ovviamente uno spostamento radicale dal concetto della pratica, sul quale molto si è dibattuto - e poco si è scritto -  in questi anni, al soggetto della pratica. Perché l'aspetto teleologico non può che essere focalizzato sul sistema delle scelte individuali - qual è la finalità ideale che rende ragione del tuo essere un Consulente Filosofico? -
Tuttavia non bisogna equivocare : nessuno adotta una pratica privatamente, nella più perfetta solitudine. Una pratica è sempre un movimento collettivo, e dunque la finalità individuale è anche una finalità collettiva, non può non esserlo. Il singolo può avere anche finalità proprie - affermazione, denaro, ecc. - ma se aderisce al movimento di una pratica non può non condividerne le finalità generali. Ma allora questa si profila come la domanda chiave sulla base della quale dovremmo ritrovare il senso del nostro agire, e magari superare certe difficoltà nel concetto della pratica entro le quali la discussione tende a incagliarsi.

lunedì 29 febbraio 2016

Solo Filosofia, ma non solo ...

Circola nell'ambiente della Consulenza Filosofica, una formuletta molto superficiale in base alla quale la Consulenza Filosofica non sarebbe altro che Filosofia, solo Filosofia. Credo che proprio essa sia all'origine di molti malintesi ed equivoci. Certo, c'è un lato per cui è facile adottarla, perché è chiaro che ciò che accade nelle attività di pratica filosofica è filosofico, almeno nelle intenzioni, gli strumenti dialogici, in parte il linguaggio, la modalità di astrazione, la prospettiva concettuale, talvolta anche i riferimenti testuali, certamente ci collocano in una dimensione che è quella della filosofia. D'altra parte è altrettanto evidente che la nostra attività possiede delle particolarità che la rendono "diversa" da altre "pratiche" della filosofia, tant'è vero che la laurea in filosofia, il dottorato e perfino una cattedra universitaria non sono considerati titoli sufficienti per essere riconosciuti come Consulenti Filosofici. Ed è per questo che il termine "pratica filosofica" assume un valore sostantivo ed indica la specificità di quel modo di intendere e realizzare la filosofia che distingue il Filosofo Consulente da un laureato o da un ricercatore universitario o da un ordinario di filosofia morale.
Si tratterebbe però a questo punto di chiarire cosa ci sia "oltre" la Filosofia, nella pratica filosofica perché in quell'oltre c'è la nostra identità, la nostra specificità, e probabilmente il senso stesso di tutto il nostro lavoro. .

sabato 27 febbraio 2016

Prima di ogni Associazione

Se riflettiamo sulla definizione minima di "Associazione" (Aggregazione di più persone per uno scopo comune (Sabatini Coletti); Unione di più persone che si propongono di perseguire uno scopo comune (Treccani); Unione o compagnia di persone, formata con un intento o interesse comune (wikizionario) ecc.) appaiono subito evidenti due elementi: che si tratta di una insieme di "persone" (e i vocabolari usano il termine non in senso filosofico, ma come sostantivo che indica individui umani) e che sono quindi le persone che si danno degli scopi comuni.
Lo scopo dell'associazione è il frutto della messa in comune di scopi individuali simili, all'origine cioè ci deve essere una decisione individuale che fissa un obiettivo per la propria esistenza. Condividerlo in una associazione serve a rendere più facile il perseguimento dello scopo, serve a moltiplicare le energie e le risorse, serve a rendere più efficace l'azione. In questo senso dice benissimo Piero Martinetti: «Per rendere più facile e più sicura la subordinazione della tua vita ai tuoi fini supremi, associa i tuoi sforzi a quelli di coloro che percorrono la stessa via, ma ricordando sempre che l'associazione è mezzo, non fine, e che non deve soffocare ciò che vi è in te di più sacro, la libera volontà della tua personalità morale». Il linguaggio è un po' enfatico ma il senso è molto chiaro. L'associazione è mezzo non fine.
Così dovrebbe essere anche di tutte le associazioni di pratica filosofica del nostro paese (diversa la realtà all'estero), esse dovrebbero essere subordinate allo scopo che si sono date le persone che ne fanno parte, mentre pare spesso che siano interessate solo alla propria mera sopravvivenza, vuoi per motivi di affermazione personale, vuoi per motivi di identità e appartenenza, vuoi per motivi banalmente materiali e cioè economici. E di qui l'accesa conflittualità che caratterizza la vita delle associazioni di pratica filosofica nel nostro paese. E che rappresenta sicuramente uno dei limiti più gravi nell'affermazione della pratica filosofica stessa.
Oggi penso che dovremmo tutti ritornare allo stadio iniziale - con tutta l'esperienza di questi anni, di lavoro e di vita associativa -, ritornare cioè allo stadio nel quale ognuno di noi fissa i propri obiettivi, e quindi stabilire che cosa davvero conti per ognuno di noi. Prima di ogni aggregazione.