A cura di Stefano Zampieri
responsabile di Zona Filosofica

lunedì 6 novembre 2017

Ritorna Maurice Blanchot

E' singolare il destino dell'opera di Maurice Blanchot, che qui in Italia ha avuto una fase di successo editoriale e culturale negli anni '80 per poi spegnersi incomprensibilmente negli anni successivi. Molti testi soprattutto fra quelli narrativi attendono ancora di essere tradotti, altri sono ormai fuori catalogo e introvabili. Eppure Blanchot è stato per decenni - la sua carriera è stata particolarmente longeva, nato nel 1907, attivo già negli anni '30 e poi per tutta la vita punto di riferimento intellettuale in Francia, è morto nel 2003 - un faro, sia nella dimensione della critica letteraria sia in generale in quella della riflessione di confine tra filosofia, linguaggio e letteratura. Ispiratore per alcuni, maestro segreto per altri, è certamente presente nell'opera di autori come Bataille, Lévinas, Derrida e molti altri.
Ma poi è successo qualcosa, e negli ultimi vent'anni del suo vasto e straordinario lavoro si sono come perse le tracce. Perchè? Non certo per un difetto di profondità o di articolazione del suo pensiero, forse perchè nel frattempo è profondamente mutato il mondo intellettuale europeo. Questo è davvero il problema. Blanchot appartiene di diritto ad un mondo in cui il dibattito culturale avveniva sulle riviste, i libri erano eventi dei quali era necessario parlare, e lo sviluppo del dialogo tra persone colte si articolava al di là delle barriere nazionali, e delle limitazioni accademiche. Tutto questo mondo è finito, è morto, non esiste più. Le riviste di dibattito sono scomparse, sostituite da riviste di settore, buone per fare titolo accademico, insignificanti da un punto di vista dello scambio e del confronto di idee. I ricercatori, i critici, i filosofi sono sempre più rinchiusi nelle accademie troppo impegnati a costruire carriere faticosissime- tra concorsi, titoli, abilitazioni - per gettare il cuore oltre l'ostacolo e impegnare la propria esistenza per valori che non interessano più a nessuno. In generale il ruolo del libro è profondamente mutato, Blanchot in tutta la sua vita ha pubblicato centinaia di letture di libri - chiamarle recensioni sarebbe riduttivo -  che messe insieme rappresentano un'epoca culturale, un percorso dentro il Novecento letterario e filosofico, oggi i libri di cui vale la pena parlare sono quelli che vendono. E' il mercato che decide il valore di un libro. Il resto scompare o non esiste.
Ecco perchè figure come quella di Blanchot sono sparite, e il suo stesso insegnamente appare singolarmente anacronistico, fuori tempo.
Ciò non toglie però che esso sia lì, a disposizione di chi ancora ha il coraggio per pensare e per interrogarsi, senza limitazioni e senza vincoli esteriori, ci aiuta ora questo uno splendido numero della rivista Riga (numero 37 del 2017, a cura di Giuseppe Zuccarino, edito da marco y marcos), che ripropone una buona dose di testi inediti per l'Italia, anche fra quelli narrativi, e una rassegna di letture critiche (fra le quali Char, Jàbes, Lévinas, Klossowski, Starobinski, Laporte, Derrida, Nancy, Bident, Didi-Hubermann) che da sole dovrebbero dare la misura della grandezza e della ricchezza ancora ampiamente inesplorata dell'opera di Blanchot.
Per quanto mi riguarda non ho potuto fare a meno di pensare alla mia lontana tesi di laurea (1985) dedicata appunto all'opera di Blanchot e a quanto io abbia sentito come mio Maestro quest'autore che non ho mai potuto incontrare di persona, ma con il quale mi sono sempre sentito parte di quella comunità inconfessabile che egli ci ha insegnato a pensare.

giovedì 26 ottobre 2017

mercoledì 18 ottobre 2017

Libro in omaggio

In attesa dell'ormai imminente pubblicazione del mio saggio sulla Filosofia dello spazio quotidiano, vorrei offrire a tutti gli amici e lettori un mio libretto di foto e di pensieri sullo stesso tema: L'esercizio dello spazio. Riflessioni  e immagini sullo spazio.
Potete scaricarlo gratuitamente a questo indirizzo:
 Buona lettura !

lunedì 25 settembre 2017

L'articolo su Repubblica e il professionismo

Il bell'articolo di Repubblica sulla Consulenza filosofica, finalmente offre una ricostruzione trasparente e non ipocrita della situazione da parte di una persona competente. La mia sensazione è che continuiamo a sbattere la testa contro una contraddizione che non è risolvibile, e che per altro lo stesso articolo suggeriva nel finale. C'è poco da fare, se si vuol fare della filosofia una professione bisogna accettare le regole della professionalità. Non averlo fatto, cercando soluzioni di compromesso, aggirando gli ostacoli, inventandosi definizioni insostenibili, ecc. è una dei motivi per cui la professione "non è decollata". Proporre un'attività come professionale impone certe scelte, (regole? dogmatismi?) non si può continuare a fare una battaglia per rifiutare concetti come l'aiuto, la cura, il rapporto con il cliente, la questione dell'efficacia e della sua misurazione, non si può presentarsi sul mercato senza una provenienza comune (cioè una filosofia della consulenza, un'antropologia, un'idea dell'uomo ecc.) identificabile, un metodo di lavoro riconoscibile, strumenti e protocolli condivisi. O si accetta questa impostazione o non si fa professionismo. La storia di questi 15 anni lo ha testimoniato in modo inequivocabile. Personalmente non intendo accettarli e infatti mi oriento oggi con molta soddisfazione verso la realizzazione di pratiche filosofiche CON gli altri non PER gli altri, nella creazione di spazi di pensiero e nel lavoro di ricerca intorno a una filosofia nel quotidiano (ciò che nella mia visione dovrebbe essere una filosofia della consulenza filosofica). E non ho nulla da replicare a chi decidesse infine di farsi carico veramente del "professionismo" in questo senso. Purchè sia cosciente che la contraddizione in questo caso non può esser aggirata, ma deve essere affrontata scegliendo una via o l'altra. O il professionismo con le sue regole, oppure la pratiche filosofiche fuori della sfera professionale.

mercoledì 2 agosto 2017